Mistero Tunguska



  • Circa un secolo fa, nel 1908, si verificò in una zona selvaggia della Siberia, coperta da foreste e praticamente disabitata, un evento straordinario.
    Un oggetto vi precipitò sopra, esplose, si disintegrò, spezzò tanti milioni di alberi e chissà quanti esseri viventi, umani o non umani, con un boato che fu udito a più di mille chilometri di distanza.
    Il punto di impatto fu individuato a Tunguska e divenne meta di ricercatori e scienziati, con tante molto costose spedizioni, che però non approdarono a niente di concreto.
    Furono accampate le più varie ipotesi, dal contatto con antimateria, al buco nero, al meteorite, all’astronave aliena avariata, all’eruzione di un antico vulcano e così via. Ci mancava solo che si opinasse sul risultato di una disgraziata esperienza di N.Tesla!
    Comunque, la scienza non demorde, le indagini proseguono. Purtroppo non furono mai scoperti resti meteoritici, metalli strani, radioattività e vere tracce sul terreno.
    A questo punto la logica suggerirebbe di accantonare ipotesi fantasiose e di usare il Rasoio di Occam, cioè semplificare, invece di opporre argomenti sempre più surreali.
    Riflettiamo. Nel nostro sistema solare ed anche fuori di esso esistono corpi che vagano secondo certe orbite, soggetti però alle forze gravitazionali dei pianeti. Ce ne sono di vari tipi ed origini. Comete extra solari, frammenti della Cintura degli Asteroidi (il cosiddetto quinto pianeta scomparso, secondo la legge di Bode), pezzi staccatisi dai pianeti stessi causa impatti e così via.
    Possono essere rocciosi, avere nuclei metallici (cfr. le stratificazioni di Iridio, presumibilmente derivate dalla catastrofe in Yucatan 65 milioni di anni fa), ma anche composti di puro ghiaccio.
    Una massa molto frastagliata di migliaia o più di metri cubi di ghiaccio conservato a qualche grado Kelvin che entra nella relativamente calda atmosfera terrestre, pochi gradi sotto zero Celsius, a 30 Km/sec come si comporterebbe? Subirebbe un enorme sbalzo di temperatura superficiale con evaporazione dello strato esterno, una immane produzione di vapore surriscaldato verso l’interno con fessurazioni , dilatazioni e conseguenti endopressioni fortissime.
    Il punto di crisi può avvenire in qualunque momento, perciò anche ad una minima altezza dal suolo, come può proprio essere stato in questo caso, con le conseguenze ben accertate.
    Trattandosi di ghiaccio, che ovviamente a temperatura ambiente si scioglie trasformandosi in acqua, non ne possono rimanere tracce fisicamente rilevabili, specialmente dopo un centinaio di anni.
    Certo, potrebbero esserci residui di qualche inclusione solida, ma che sarebbero stati dispersi su un’area troppo vasta per essere rintracciabili.
    La natura, di per sé, non è poi così complicata e può offrire soluzioni semplici a problemi apparentemente insolubili.
    Non sarebbe perciò interessante se qualche studioso volesse ricreare in laboratorio quel fatto storico, in versione mini, magari proiettando un getto di plasma super caldo alla massima velocità ottenibile contro un blocco di ghiaccio irregolare tenuto alla minima temperatura possibile, almeno per “vedere che effetto che fa”?


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